Riflessioni

Dio è morto o si è solo secolarizzato?

Dopo la morte di Papa Francesco (da qualcuno definito l’antiPapa) è riesploso il dibattito sul ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, soprattutto riguardo al rischio di una progressiva secolarizzazione che potrebbe impoverire la sua dimensione spirituale e trascendente.
La questione centrale è se la Chiesa debba occuparsi principalmente della salvezza delle anime e della dimensione trascendente della fede, oppure se debba concentrarsi soprattutto sull’applicazione sociale della dottrina evangelica. In altre parole: il cristianesimo deve essere vissuto come esperienza di mistero, di sacro, di apertura all’oltre, oppure come forza etica e sociale capace di incidere sulle dinamiche della società civile?
La secolarizzazione è un fenomeno complesso. Da un lato, viene vista come una sfida provvidenziale che costringe la Chiesa a riscoprire la ragionevolezza della fede e a proporre risposte convincenti all’uomo contemporaneo, che pur immerso nel benessere materiale, conserva un anelito di infinito e una sete di senso che solo la dimensione religiosa può colmare.
D’altro canto, essa rischia di svuotare la religione della sua forza trascendente, riducendo la Chiesa a una semplice agenzia etica o a un attore sociale tra gli altri. Una moderna ed efficiente ONG, come si direbbe oggi. Con la conseguenza di far perdere il senso del mistero, della liturgia, della sacralità, che sono stati per secoli il cuore pulsante della vita cristiana. La fede, così, finisce con il diventare solo un insieme di valori condivisibili anche da chi non crede, perdendo la sua capacità di aprire l’uomo all’oltre, al mistero di Dio.
Quanto la Chiesa sia divisa su questo punto lo dimostra anche la diversa natura dei due ultimi pontificati e anche il suo modo irrituale di accavallarsi. Il pontificato di Benedetto XVI è stato segnato da una forte attenzione alla dimensione teologica, liturgica e trascendente della fede. Ratzinger ha sempre sottolineato la centralità del rapporto personale con Dio, la necessità della preghiera, della contemplazione, della bellezza come via alla verità. Con Papa Francesco, invece, la Chiesa ha accentuato il suo impegno sociale, ponendo al centro temi come la povertà, la giustizia, l’accoglienza, la cura del creato, la misericordia. L’elezione di Leone XIV apre una nuova fase, ancora tutta da decifrare. Personalmente, ritengo che la Chiesa debba sì continuare a essere presente nelle sfide sociali ed etiche del nostro tempo, ma senza mai smarrire la sua vocazione originaria: essere segno e custode della trascendenza, luogo dove l’uomo può incontrare il mistero di Dio. Solo così il cristianesimo potrà continuare a offrire all’umanità non solo risposte sociali, ma anche quella speranza e quel senso che nessuna istituzione contemporanea potrà mai garantire.
Il rischio dell’eccessiva secolarizzazione non è solo quello di perdere la fede, ma di ridurre la Chiesa a una funzione accessoria della società. Recuperare la solennità, la liturgia, la dimensione sacra e trascendente del cristianesimo non significa chiudersi al mondo, ma offrire al mondo una prospettiva che lo supera e lo illumina. “Il mio regno non è di questo mondo”, rispose Gesù a Pilato che gli chiedeva se fosse lui il re dei Giudei. Poi aggiunse che era nato e venuto al mondo “… per testimoniare della verità.” Negli ultimi tempi, forse, la testimonianza di questa “verità” è passata in secondo piano. Forse perché si teme che, in una società edonistica che si crede immortale, condannata al presente e alla contemporaneità, potrebbe non pagare in termini di “like” e “follower”. Ma c’è davvero ancora bisogno di “influencer” in questa breve e triste esistenza? Io credo proprio di no. Perdonatemi, ma io sono uno di quelli che pensa che un Papa si  debba preoccupare di essere “carismatico” non “virale“.  Non me ne vogliano Fabio Fazio e la Littizzetto, ma per quello mi basta Fedez e la Ferragni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *