Riflessioni

I cigni che abbiamo scelto di non vedere

Nel 2007 Nassim Nicholas Taleb, saggista, matematico e filosofo libanese naturalizzato statunitense, pubblicò “Il Cigno Nero: come l’improbabile governa la nostra vita“, un libro che cambiò il modo di concepire il rischio. L’idea di fondo è questa: la storia non la fanno gli eventi che ci aspettiamo, ma quelli che non avevamo nemmeno immaginato. Taleb li chiama cigni neri, riprendendo un’antica certezza europea: tutti i cigni sono bianchi. Finché nel 1697 gli olandesi non ne trovarono di neri in Australia, e una convinzione che durava da secoli si dissolse in un pomeriggio.
Un cigno nero, per Taleb, deve avere tre caratteristiche. Primo: nessuno lo aveva previsto, perché nulla nel passato lo rendeva plausibile. Secondo: quando arriva, l’impatto è enorme. Terzo, e qui sta il veleno: dopo che è successo, tutti lo spiegano come se fosse stato ovvio fin dall’inizio. “Era chiaro che sarebbe andata così“, dicono quelli che il giorno prima non avevano capito niente.
Ma Taleb aggiunge un pezzo che spesso si dimentica: il concetto di fragilità. Un sistema fragile è un sistema che non ha margini, non ha riserve, non ha capacità di assorbire i colpi. E un sistema fragile non ha bisogno di un cigno nero per crollare. Basta un cigno bianco, purché nessuno si sia preparato.
È esattamente quello che sta accadendo.
Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Hanno ucciso Khamenei, bombardato siti nucleari, infrastrutture militari, ospedali, scuole. Lo hanno fatto mentre erano in corso negoziati sul nucleare iraniano e il mediatore omanita aveva appena annunciato che l’Iran era disposto a rinunciare all’arricchimento dell’uranio. La pace era a portata di mano. I missili l’hanno cancellata.
Cigno nero? No. Netanyahu parla di guerra preventiva da anni. L’escalation del 2024, i dodici giorni del giugno 2025, l’accumulo di portaerei americane nel Golfo: tutto era visibile, tutto era leggibile. Questo non è un evento imprevedibile. È una scelta politica precisa, compiuta da chi ha trasformato la sicurezza in aggressione e la diplomazia in un fastidio da eliminare quando rischia di funzionare.
La centrale nucleare di Bushehr è stata colpita quattro volte. L’agenzia atomica delle Nazioni Unite avverte che un danno al reattore provocherebbe il rilascio di materiale radioattivo nell’atmosfera, con conseguenze per tutto il Golfo per decenni. Per non parlare dei siti petroliferi e di estrazione e stoccaggio di gas. Nemmeno questo è un cigno nero. È un rischio che tutti conoscono e che nessuno ha voluto o potuto evitare.
Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump continua la sua guerra commerciale. A un anno dal “Liberation Day“, i risultati sono quelli che ogni economista aveva previsto: prezzi in aumento, posti di lavoro persi, famiglie americane che pagano oltre mille dollari in più all’anno per le stesse cose di prima. La Corte Suprema ha bocciato buona parte dei dazi, e l’amministrazione ne ha imposti di nuovi con un altro pretesto giuridico. Il commercio mondiale si frammenta, gli alleati storici si allontanano, il sistema costruito in settant’anni di negoziati si sta disfacendo. Anche questo era perfettamente prevedibile. E anche questo non è un cigno nero.
E allora dov’è il cigno nero, quello vero?
È nelle conseguenze che nessuno sta calcolando. L’Iran è stato aggredito mentre negoziava la pace. L’Iraq fu invaso dopo aver smantellato l’arsenale. La Libia fu bombardata dopo aver rinunciato al nucleare. L’Ucraina fu invasa dopo aver restituito le testate sovietiche. La lezione che il mondo sta imparando è che chi si disarma viene distrutto e che non esiste più la tutela del diritto e degli organismi internazionali. Se questa lezione si radica, e si sta radicando, la conseguenza non può che essere una corsa al riarmo nucleare che nessun trattato potrà fermare.
Questo è il cigno nero. Non la guerra, non i dazi: quelli li vedevamo tutti. Il cigno nero è il mondo che ne viene fuori, un mondo in cui ogni paese medio ragiona come la Corea del Nord e si convince che l’unica garanzia di sopravvivenza è la bomba.
E alla radice di tutto questo ci sono due uomini. Netanyahu, che ha fatto della guerra preventiva permanente l’unica politica possibile, e per il quale ogni negoziato è un ostacolo e ogni pausa un cedimento. Trump, che governa l’economia mondiale con la logica del braccio di ferro e la geopolitica con l’istinto del giocatore che raddoppia la posta dopo ogni mano persa. Due leader che non calcolano mai le conseguenze di ciò che fanno. Due agenti di fragilità, li chiamerebbe Taleb: persone che non costruiscono margini di sicurezza li erodono.
Il problema non è che il cigno nero arriverà. Il problema è che il sistema è stato reso così fragile che qualunque cigno, anche il più bianco, può abbatterlo. E quando accadrà, come sempre, tutti diranno che era prevedibile.

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