Le case hanno un’anima che è destinata a vivere in eterno. La loro storia riecheggia tra le mura come l’eco in una vallata. Ci parlano, se sappiamo ascoltare.
Sulle colline a nord di Pistoia, nella zona di Valdibrana, a Vaioni, ce n’è una che di cose da raccontare ne ha davvero tante. Si chiama Villa Le Fontane, nota anche come Villa Philipson. Ci si arriva tramite un lungo viale alberato che ne svela la maestosità in tutta la sua bellezza. La fece costruire nel 1893 l’ingegner Edoardo Philipson, su progetto di Riccardo Mazzanti. Alla decorazione lavorarono Mariano Coppedè, Francesco Morini e Pietro Baldoncoli, mentre i ferri battuti uscirono dalle Officine Michelucci, la bottega pistoiese fondata da Giuseppe Michelucci. Alla fine del 2022 la villa è stata venduta a un compratore straniero. Era stata messa sul mercato per 17 milioni di euro e sulla cifra effettiva della compravendita sono circolati dati diversi. Si è discusso molto dei dettagli di quella vendita, ma quasi nessuno ha ricordato la storia della famiglia che ci aveva abitato.
Edoardo Philipson era un ingegnere e lavorava alle ferrovie. Era stato vicino a Ubaldino Peruzzi, corrispondeva con Vilfredo Pareto, discendeva da una famiglia di banchieri fiorentini ebrei. Aveva sposato una francese, Jeanne Sophie Rodrigues Pereire, figlia di Isaac Pereire. Isaac e suo fratello Émile erano i banchieri sansimoniani che avevano fondato il Crédit Mobilier, finanziato le ferrovie francesi e costruito la Plaine Monceau. La sua era una famiglia distribuita su tre paesi. Una sorella di Edoardo, Virginia, aveva sposato Sir Julian Goldsmid, che sedette alla Camera dei Comuni dal 1866 al 1896; la loro figlia Violet divenne baronessa de Goldsmid e da Palmeira. Una delle figlie di Edoardo, Margherita, sposò il barone Anthony Angelo Solomon Levi, grande proprietario terriero.
In quelle stanze si passava dall’italiano al francese all’inglese senza accorgersene. Il figlio maschio si chiamava Dino, ed era nato a Firenze nel 1889. Si laureò in giurisprudenza e in scienze sociali. Fece la guerra come ufficiale, rimase un anno di seguito sul Piave e ne tornò con la Croce al merito di guerra. Nel novembre del 1919 fu eletto deputato con una lista che si chiamava Concentrazione Liberale, sostenuta da un giornale che aveva fondato lui e che chiuse subito dopo il voto. Nel maggio del 1921 fu rieletto con i Blocchi Nazionali.
Apparteneva a quel liberalismo di proprietari colti che nel dopoguerra guardava le leghe contadine, le occupazioni e gli scioperi con lo spavento di chi vede il proprio mondo scivolare via da sotto i piedi. Lui e il fascismo avevano allora un nemico comune: il socialismo. Anche per questo, negli anni della fondazione del movimento, vi aderì e contribuì in maniera decisiva a sostenerlo e finanziarlo. Le ricostruzioni storiche parlano di un’adesione inizialmente convinta, ma anche del progetto, comune a una parte del mondo liberale, di utilizzare la forza fascista contro il movimento socialista e ricondurla poi nell’alveo della legalità. Era, in fondo, lo stesso ragionamento che Giuseppe Tomasi di Lampedusa avrebbe fatto fare a Tancredi nel Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Fu un amore che durò poco, però. Nella primavera del 1922 promosse un’Unione Democratica cittadina che sottrasse al fascio locale l’appoggio di parecchi notabili agrari, e nel 1923 fu espulso dal partito. Il 31 gennaio di quell’anno era stato iniziato alla massoneria a Roma, nella loggia Propaganda Massonica del Grande Oriente d’Italia. Il 15 febbraio, appena due settimane dopo, il Gran Consiglio del fascismo dichiarò incompatibile l’appartenenza al PNF con quella alla massoneria.
Uno dei suoi maggiori antagonisti locali era Enrico Spinelli di Montale, giovane ex combattente, squadrista e leader dell’ala più intransigente del fascismo pistoiese. Fu Spinelli a guidare nel 1923 la violenta campagna antimassonica che ebbe in Philipson uno dei principali bersagli politici. Ci fu anche un’irruzione nella loggia Ferruccio e vennero pubblicati nomi di affiliati. Non era soltanto una battaglia contro la massoneria: era una lotta per decidere chi dovesse comandare il fascismo pistoiese.
Nell’autunno del 1924, quando il memoriale di Cesare Rossi, che chiamava direttamente in causa il sistema di potere mussoliniano dopo l’assassinio di Matteotti, cominciò a passare fra le mani di pochi uomini, Domizio Torrigiani, Gran Maestro del Grande Oriente, si consultò anche con Philipson prima di decidere che cosa farne. Era ancora un uomo che contava qualcosa. Ma il tempo in cui si poteva contare qualcosa senza una tessera stava per finire.
Negli anni successivi la rottura divenne opposizione. Philipson frequentò ambienti antifascisti, soprattutto durante i soggiorni parigini, e il regime cominciò a sorvegliarlo. Negli anni Trenta le sue manifestazioni di ostilità divennero sempre meno prudenti. Criticava Mussolini, l’avvicinamento alla Germania hitleriana e, nel 1938, la politica razziale.
Fu arrestato il 14 ottobre di quell’anno, nel pieno della svolta antisemita del regime e poche settimane dopo i primi provvedimenti razziali di settembre. Non fu mandato al confino semplicemente perché ebreo: a pesare furono anche le ripetute segnalazioni per la sua attività contro il regime e le polemiche pubbliche contro le leggi razziali e la politica filotedesca. La commissione che gli comminò cinque anni di confino sedeva a Firenze ed era presieduta da un magistrato, Giuseppe Salvatore De Santis. Teniamolo a mente, perché tornerà.
Andò alle Tremiti, poi a Sala Consilina, poi nel campo di internamento di Istonio, l’attuale Vasto, quindi a Pescopagano, a Eboli e infine a Lanciano. Alle Tremiti, almeno inizialmente, teneva le distanze dagli altri confinati, in gran parte socialisti e comunisti, che sapevano benissimo chi fosse stato quindici anni prima. Lui continuava a considerarsi un liberale e portava addosso un passato squadrista che gli altri non avevano dimenticato. Con il tempo i rapporti con alcuni ambienti antifascisti cambiarono, ma anche al confino Philipson dovette scoprire che cambiare parte non significa cancellare quella da cui si proviene.
Il 25 luglio 1943 il fascismo crollò. Per Philipson non significò soltanto la fine del confino. Significò il ritorno improvviso dentro quella vita pubblica dalla quale il regime lo aveva espulso per quasi vent’anni. Tornò in Toscana, riallacciò i rapporti con Tullio Benedetti e Filippo Naldi e, attraverso quelle relazioni, entrò in contatto con gli ambienti che stavano lavorando con gli Alleati e con il governo del Sud. Le ricostruzioni disponibili gli attribuiscono un ruolo nei collegamenti con l’OSS americano e nell’organizzazione di aviolanci di armi destinati ai partigiani della provincia di Pistoia. Era un passaggio quasi impossibile da immaginare pochi anni prima: l’uomo che aveva contribuito a finanziare il primo fascismo pistoiese lavorava adesso, direttamente o indirettamente, contro ciò che ne restava.
Dopo l’8 settembre, con l’Italia divisa in due e Badoglio alla ricerca di uomini spendibili sia verso gli Alleati sia verso il vecchio mondo liberale, Philipson tornò ad avere proprio ciò che per anni gli era mancato: relazioni, esperienza politica e soprattutto una rete internazionale. Il suo passato restava ingombrante, ma poteva essere utilizzato anche in senso opposto. Parlava le lingue, conosceva ambienti britannici e francesi, apparteneva a una famiglia con legami importanti fuori dall’Italia e aveva ormai alle spalle cinque anni di persecuzione fascista. Fu così che, all’inizio del 1944, il suo nome arrivò fino al governo di Brindisi e venne preso in considerazione per un’importante nomina.
Il 2 febbraio 1944, alla Camera dei Comuni di Londra, il deputato Ivor Thomas chiese al governo britannico di rimuovere Dino Philipson da ogni posizione di influenza sul governo italiano di Bari, accusandolo di atteggiamento antibritannico. Il deputato James de Rothschild intervenne per ricordare che, dall’inizio dell’era mussoliniana, Philipson era stato un forte oppositore del fascismo e aveva subito anni di persecuzione. Thomas replicò ricordando invece la sua partecipazione alla marcia su Roma e definendolo un uomo incline a cambiare opinione secondo le circostanze. Il ministro degli Esteri Anthony Eden si limitò a constatare che su Philipson esisteva evidentemente un conflitto di opinioni e che erano in corso accertamenti. Tre giudizi sullo stesso uomo, lo stesso pomeriggio, messi agli atti del Parlamento del Regno Unito.
Il paradosso è che la sua nomina a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio era già stata disposta con decreto reale del 1° febbraio, anche se le fonti istituzionali riportano date diverse per l’effettiva decorrenza dell’incarico. Philipson entrò comunque nel primo governo Badoglio e per pochi giorni si ritrovò nella stessa compagine governativa di Giuseppe Salvatore De Santis, cioè l’uomo che nel 1938 aveva presieduto la commissione che lo aveva spedito al confino. De Santis lasciò l’incarico di sottosegretario alla Giustizia il 15 febbraio.
Il 24 febbraio intervenne anche la sua parente inglese Violet Hoffnung, baronessa de Goldsmid e da Palmeira, scrivendo ad Anthony Eden per garantire sull’affidabilità di Philipson. Restò sottosegretario fino alla fine del primo governo Badoglio, nell’aprile del 1944. Ma il suo ritorno alla vita pubblica non si esaurì con quell’incarico. Nel settembre del 1945 il Partito Liberale lo designò alla Consulta Nazionale, l’assemblea chiamata ad accompagnare il paese verso le prime elezioni democratiche dopo il fascismo. Fu assegnato alla Commissione Affari esteri e intervenne anche nella discussione sulla legge elettorale per l’Assemblea Costituente. Con la fine della Consulta, nel giugno del 1946, anche la sua stagione politica si chiuse. Tornò alla professione di avvocato e alla vita privata, mantenendo i rapporti con l’ambiente massonico, mentre intorno a lui cambiavano definitivamente il paese, le istituzioni e il mondo sociale al quale era appartenuto. Di quei venticinque anni che separano la nascita della Repubblica dalla sua morte rimangono molte meno tracce rispetto alla prima parte della sua vita.
Morì a Pistoia il 16 ottobre 1972, a ottantatré anni.
Non sappiamo attraverso quali passaggi successori la proprietà della villa sia arrivata ai discendenti della famiglia che hanno deciso di venderla più di un secolo dopo la sua costruzione. E forse poco importa. Il viale alberato è ancora lì e le stanze sono ancora in fila una dietro l’altra. Se il tempo è soltanto una convenzione, in una di quelle stanze una signora francese sta ancora conversando nella lingua di suo padre, mentre un uomo di quarantanove anni scende le scale con una valigia in mano e si volta a guardare il viale come farà per sempre.


