In tempi non sospetti, ho dedicato “La stagione del fango – Inferno per il commissario Casabona”, uscito nel 2020, a tutte le vittime della giustizia. A chi ha pagato un prezzo altissimo per fatti che non aveva commesso e per colpe che non aveva. A iniziare da Enzo Tortora. La sua triste storia ha ispirato alcuni passaggi fondamentali di quel romanzo. Per esempio, questo brano della requisitoria del pubblico ministero che rappresentava l’accusa nel processo a suo carico: «Lo sappiamo tutti purtroppo che se cade la posizione di Enzo Tortora si discredita tutta l’istruttoria, questo lo sa Tortora ma lo sanno anche coloro che mandano i vari compagni a immolarsi su questo altare per potere screditare questa accusa».
Ancora oggi rabbrividisco nel leggere queste parole. Sono la plastica rappresentazione di una pratica purtroppo non marginale nel modo di operare di alcuni (dico ALCUNI) magistrati: quella del “teorema accusatorio”. Logica che impone incastri che non possono essere messi in discussione se non si vuole correre il rischio che crolli tutto.
A rendere più avvilente lo scenario resta l’amara constatazione che nessuno dei magistrati responsabili di quello scempio ne subì le conseguenze. Furono chiamati a risponderne davanti al CSM, furono assolti e hanno concluso una brillante carriera arrivando a ricoprire incarichi di vertice della Magistratura inquirente.
Confesso che in quel romanzo ho trasposto la più grande paura di ogni operatore di polizia giudiziaria onesto, che non è quella di essere ucciso o ferito in servizio bensì quella di trovarsi incastrato nel tritacarne della giustizia, per voci, per ipotesi, per dichiarazioni di pentiti o collaboratori in cerca di vendette. Basta un semplice avviso di garanzia, un atto dovuto dicono, è tutto finisce. Ho visto tanti brillanti colleghi, di assoluta onestà e di specchiata moralità, attraversare questo calvario. Uscirne assolti, è vero, ma ormai distrutti. Dall’altra parte, invece, non ho visto mai nessuno pagare oppure, semplicemente chiedere scusa. Anche quando sarebbe bastato fare un approfondimento in più, cercare un riscontro, chiedere una verifica. Ma si sa: l’indagine che colpisce il presentatore famoso, il poliziotto colluso o il politico corrotto da più prestigio e visibilità e un errore ci può stare.


