Riflessioni

La fabbrica delle cose giuste

C’è un esperimento di psicologia sociale che spiega molto bene il nostro tempo. Siamo nel 1951. Lo psicologo Solomon Asch radunò un gruppo di studenti universitari e li sottopose a un test apparentemente banale. Mostrò loro una linea campione e, accanto, tre linee di diversa lunghezza. Il compito era semplice: indicare quale delle tre fosse uguale alla prima. La risposta era evidente, perché una delle tre coincideva perfettamente con quella di riferimento. Ma l’esperimento non si svolse in condizioni normali. Quasi tutti i presenti erano complici di Asch e, a un certo punto, indicarono volontariamente la linea sbagliata. Il vero partecipante, seduto in mezzo a loro e ignaro di tutto, si trovò davanti a un bivio: fidarsi di ciò che vedeva oppure adeguarsi al giudizio degli altri. Molti scelsero la seconda strada. Non perché non vedessero la realtà, ma perché sentirono il peso del gruppo. La forza di un’opinione maggioritaria, l’importanza di non restarne fuori, il timore di esporsi, di essere criticati, isolati, colpiti in qualche modo. Restare dentro il perimetro dell’opinione autorevole era più rassicurante.
Da allora non è cambiato molto. È cambiata la scena. Quel meccanismo oggi si è trasferito nei social, nei talk show, nel circuito permanente dell’informazione e del commento. I social hanno trasformato il conformismo in un sistema continuo. Gli hanno dato velocità, visibilità, capacità di pressione. Ogni opinione viene esibita, pesata, premiata o punita. Like, commenti, condivisioni, silenzi ostili, campagne di delegittimazione: tutto contribuisce a costruire un clima. E il clima, spesso, funziona meglio di un ordine, perché fa capire subito quali posizioni proteggono e quali invece espongono. È qui che nasce la fabbrica delle cose giuste: un luogo immateriale ma potentissimo nel quale si aderisce molto e si ragiona poco.
In questo gioco hanno un ruolo enorme i personaggi noti della cultura, della musica, dello spettacolo, i conduttori, gli opinionisti, gli ospiti fissi dei talk show. Non perché siano necessariamente competenti o autorevoli, ma perché sono visibili. E oggi la visibilità viene troppo spesso scambiata per autorevolezza. Quando un attore, un cantante, uno scrittore da salotto televisivo, un influencer o un volto onnipresente in tv ripetono una certa posizione, quella posizione si riveste subito di una superiorità morale. Diventa la posizione giusta, quella da esibire, quella che non crea problemi. E così molti si accodano. Non perché abbiano davvero pensato, studiato, approfondito. Ma perché si fidano di chi lo ha fatto per loro. O, più semplicemente, perché hanno capito da che parte conviene stare.
I talk show fanno il resto. Mettono in scena un pluralismo apparente e producono quasi sempre una semplificazione brutale. Assegnano ruoli, distribuiscono etichette, stabiliscono chi rappresenta il bene e chi deve incarnare l’eccesso, l’errore, l’impresentabile. In questo modo il dissenso non viene affrontato, ma neutralizzato. Ridotto a caricatura. E chi guarda capisce al volo la lezione: ci sono opinioni che portano applausi e altre che attirano diffidenza, ostilità, isolamento.
Questa dinamica non riguarda solo il nostro presente isterico e digitale. Riguarda anche la storia. I totalitarismi non si affermarono soltanto con la violenza. Si affermarono anche costruendo conformismo, paura, dipendenza dal giudizio del gruppo, bisogno di protezione. Accadde perché milioni di persone smisero di fidarsi del proprio giudizio e preferirono l’adattamento. La Shoah non fu possibile soltanto per la ferocia dei carnefici. Fu possibile anche per il silenzio, l’obbedienza, l’acquiescenza, la viltà di chi scelse di non vedere, di non esporsi, di restare dalla parte del clima dominante.
Per questo il coraggio di dissentire non è una posa. Non è il vezzo di chi vuole fare il bastian contrario. È una virtù civile. Vuol dire non consegnare il proprio giudizio al gruppo, al trend, al personaggio famoso di turno, al talk show che distribuisce patenti morali. Vuol dire accettare che la verità, qualche volta, non coincide con il consenso. E che l’applauso non è una prova di ragione.
In un tempo che spinge tutti a stare nel coro, il gesto più difficile resta uno dei più semplici: pensare con la propria testa. E avere il coraggio di farlo anche quando questo comporta una perdita di consenso, di protezione, di comoda appartenenza. Perché il conformismo non comincia quando si crede a una bugia. Comincia quando, pur riconoscendola, si decide di ripeterla lo stesso.

One Comment

  • CLAUDIO APRILE

    Esiste un altro fenomeno, afferente ma anche divergente dal fenomeno descritto nel post e che potremmo definire “acquiescenza di gregge”. Parlo di una cosa che potrei definire “strutturazione piramidale” del consenso, del fanatismo, dell’ideologia di gregge. Faccio un esempio. Le SS annoverarono circa 900.00 effettivi, che verso la fine del conflitto arrivarono a un milione. Ma per ciascun arruolato nelle SS possiamo supporre ci fossero quattro cinque ritenuti “non sufficientemente idonei”? Si arriva a 5/6 milioni. Ma ognuno di questi ha avuto sicuramente un humus familiare o di gruppo (un brodo di coltura) che condivideva questa ideologia. Facendo i conti si arriva facilmente a 30 o 40 milioni che favevano propria questa ideologia. Attenzione, quando parliamo di VERTICI o LEADER AUTOCRATI immaginandoli “altri” o opposti al sentire del loro popolo. Diverso ambito; simile percorso.

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