Nel testo teatrale di Enrico Bernard “Isabella Andreini, comica gelosa“, mentre l’attrice riflette sulla possibile perdita di una persona cara, per farsene una ragione dice a se stessa: “in fondo anche il vuoto è qualcosa”. Mi è rimasta dentro, questa frase. Come succede con certe parole che non capisci subito, che ti passano accanto e poi tornano, la sera, il giorno dopo, quando sei solo e il silenzio smette di essere silenzio e diventa un luogo da abitare.
Anche il vuoto è qualcosa. A prima vista sembra un paradosso, un nonsenso. Come può il vuoto essere qualcosa, se per definizione è assenza, è il contrario del pieno, è lo spazio dove non c’è niente? Eppure chi ha conosciuto il vuoto, quello che ti si apre dentro quando qualcuno non c’è più, sa che non è vero. Il vuoto non è mai vuoto. È uno degli spazi più affollati che esistano. Spesso popolato di ricordi più veri della realtà.
C’è un momento, dopo una perdita, in cui ti accorgi che la stanza non è cambiata. Gli oggetti sono lì, al loro posto. La luce entra dalla stessa finestra, alla stessa ora. Ma lo spazio ha una diversa forma e densità, un’acustica nuova. I suoni che prima si perdevano nel quotidiano adesso rimbombano. E il silenzio, quel silenzio specifico, quello che ha la forma esatta di una voce che manca, occupa ogni angolo con una presenza quasi fisica. Non è assenza: è una forma diversa di presenza. Più pesante, a volte, di quando quella voce c’era.
I fisici che si occupano di quantistica, a modo loro, hanno scoperto la stessa cosa. Hanno cercato di creare il vuoto perfetto, senza materia, senza luce, senza energia, e hanno scoperto che è impossibile farlo. Lo spazio che sembra vuoto è in realtà un luogo inquieto, dove qualcosa continua a muoversi, a comparire e scomparire, a pulsare. Anche quando tutto è stato tolto, resta qualcosa che non si può togliere. Un’energia minima, irriducibile. La chiamano “energia di punto zero“, che è un nome bellissimo se ci si pensa: il punto più basso a cui si può scendere, e che non è mai zero.
Mi piace questa idea. Mi consola, se devo essere onesto. L’idea che nell’universo intero non esista un luogo davvero vuoto. Che perfino il nulla contenga qualcosa. Che ci sia un livello sotto il quale l’energia non scende, mai, in nessun punto dello spazio, in nessun momento del tempo. È come se la realtà stessa si rifiutasse di essere completamente spoglia.
E allora mi chiedo se non valga lo stesso per noi. Se lo spazio che resta dopo una perdita non sia davvero vuoto, ma pieno di qualcosa che non sappiamo ancora nominare. Pieno di gesti che il corpo ricorda anche quando la mente vorrebbe dimenticare: la mano che si allunga verso un cuscino, il passo che rallenta davanti a una vetrina, l’istinto di girarsi per dire qualcosa a qualcuno che non è più lì. Sono movimenti inutili, si potrebbe dire. Oppure potrebbe essere proprio quella la prova che il vuoto è qualcosa.
Nel Buddhismo il vuoto non è mancanza: è relazione. Niente esiste da solo, tutto esiste perché è legato a qualcos’altro. E allora forse anche il vuoto che sentiamo dopo una perdita è una relazione che continua in un’altra forma. Non finisce: si trasforma. La persona che non c’è più continua a esistere nello spazio che ha modellato intorno a sé, nei gesti che ha insegnato senza volerlo, nelle parole che usiamo perché le abbiamo imparate da lei, nelle scelte che facciamo e che portano, senza che ce ne accorgiamo, l’impronta di qualcuno che non vedremo più ma che non abbiamo mai smesso di ascoltare.
Anche il vuoto è qualcosa, dice Isabella a se stessa nel testo di Bernard. Lo diceva, allegramente, per consolarsi. Quanta ragione aveva. Il vuoto è il luogo dove ciò che abbiamo amato continua a esercitare la sua forza, invisibile e tenace come la gravità. Non si vede, ma tiene insieme le cose. Non si tocca, ma si sente. E chi lo abita sa che non è il contrario della vita. È il prima e il dopo.


