Riflessioni

Eccidio della Fortezza Santa Barbara a Pistoia: l’ombra di Licio Gelli

Alle quattro e dieci del mattino del 31 marzo 1944, quattro detenuti vengono prelevati dalle Ville Sbertoli, a Pistoia. Si chiamano Alvaro Boccardi, Valoris Poli, Aldo Calugi e Lando Vinicio Giusfredi. Hanno ventidue anni i primi due, solo venti gli altri due. Vengono portati alla Fortezza Santa Barbara. Alle sette del mattino saranno tutti morti, fucilati da un plotone che non riuscirà a ferirli mortalmente, e finiti a raffiche di mitra da un singolo milite. Ma in questa storia, accanto ai nomi dei quattro fucilati, i documenti d’archivio della Questura e della Prefettura di Pistoia ne fanno comparire un altro: quello di Licio Gelli.
Le Ville Sbertoli non erano un carcere. Erano una casa di cura per malattie nervose, fondata nel 1868 dal professor Agostino Sbertoli sulla collina di Collegigliato, pochi chilometri a nord di Pistoia: un complesso di ville settecentesche immerse in un parco di quindici ettari, con pazienti da tutta Europa e una clientela aristocratica e alto-borghese. Per decenni erano state tra le strutture psichiatriche più raffinate d’Italia, frequentate da psichiatri come Cesare Lombroso ed Eugenio Tanzi. Poi, tra l’ottobre 1943 e il gennaio 1944, tre bombardamenti alleati devastarono Pistoia. Il carcere cittadino fu gravemente danneggiato, e le autorità della Repubblica Sociale vi trasferirono i detenuti, trasformando il manicomio in un centro di detenzione per prigionieri politici, renitenti alla leva e disertori. È lì che Boccardi, Calugi, Giusfredi e Poli finirono dopo il loro arresto.
Per capire come quattro ventenni arrivino a essere fucilati bisogna partire dall’8 settembre 1943. L’armistizio getta l’esercito nel caos. La RSI emana bandi di leva per le classi 1924 e 1925. Risponde meno del quaranta per cento dei richiamati. Per il regime ogni renitente è una smentita della propaganda, e a Pistoia la situazione è critica: la città è semidistrutta, la popolazione in gran parte sfollata, le formazioni partigiane operano con crescente frequenza. Il fascio repubblicano pistoiese, ricostituito subito dopo l’armistizio, ha un giovane che si distingue per attivismo: Licio Gelli, venticinque anni.
Una segnalazione classificata “riservatissima“, inviata dal Questore di Pistoia alla Prefettura il 18 novembre 1944, descrive Gelli come “uno dei primi a costituire il fascio repubblicano di Pistoia“, con la fiducia e l’appoggio delle autorità germaniche che gli misero a disposizione un’automobile per la propaganda. Il documento riferisce che Gelli “si interessò molto e capeggiò le squadre per il rastrellamento dei renitenti alla leva e degli elementi antifascisti del Capoluogo e Provincia“, che fu “nominato ufficiale della SS germanica” e che i suoi arresti “furono numerosi“. Il Questore aggiunge che Gelli si era interessato anche al rastrellamento dei prigionieri inglesi fuggiti dai campi di concentramento dopo l’8 settembre, e che per questo aveva fatto arrestare il parroco di San Biagio in Cascheri, accusato di averne favorito alcuni. Il parroco fu consegnato dallo stesso Gelli al Comando germanico, che “voleva ad ogni costo fucilarlo“, fatto che “destò nella popolazione penosa impressione“.
Poi una frase specifica lega Gelli alla fucilazione della Fortezza: “Il predetto è complice dell’arresto dei quattro renitenti alla leva che furono poi processati e fucilati nella fortezza di questa Città”. Il Questore attribuisce a questo fatto lo “spirito di vendetta” della popolazione nei confronti di Gelli, indicato come “uno dei maggiori responsabili di tale vile delitto“.
Chi erano i quattro?
Alvaro Boccardi, ventidue anni, figlio di mezzadri, era stato sul fronte russo con l’ARMIR e aveva fatto la ritirata di Russia. Dopo l’8 settembre si era unito a una formazione partigiana nell’alta Valle dell’Ombrone. Valoris Poli, ventidue anni, operaio alle Officine San Giorgio, appassionato di musica e fotografia, si era rifugiato sui monti pistoiesi con Vannino Urati. Aldo Calugi, venti anni, operaio alla fonderia Mandorli, aveva tentato di aggregarsi a una formazione partigiana. Lando Vinicio Giusfredi, vent’anni, calzolaio in Valdinievole, aveva ricevuto la cartolina precetto e si era rifiutato di presentarsi.
Poli, Urati e Boccardi erano scesi dai monti per procurarsi viveri, ma furono riconosciuti e denunciati. Vennero catturati dalla Guardia Nazionale Repubblicana e rinchiusi alle Ville Sbertoli insieme ad altri renitenti. Il 30 marzo 1944 sette di loro furono tradotti davanti al Tribunale Militare Straordinario. Il processo fu rapido, il verdetto preconfezionato: il regime aveva bisogno di un esempio, come già avvenuto il 22 marzo allo stadio di Firenze con cinque renitenti fucilati. Boccardi, Calugi, Giusfredi e Poli furono condannati a morte. Urati a ventiquattro anni, Crescione e Fibucchi a pene minori.
I partigiani e il CLN tentarono di organizzare un’operazione per liberarli durante il trasferimento alla Fortezza, ma l’informazione sull’orario era sbagliata. All’alba del 31 marzo i quattro furono schierati al muro della Fortezza Santa Barbara, nello stesso punto dove nel 1849 le truppe austriache avevano fucilato il sedicenne Attilio Frosini. Testimoni riferirono che nessuno di loro accettò la benda. Dopo la prima scarica del plotone d’esecuzione i ragazzi rimasero in piedi, soltanto feriti. Fu un milite a finirli con raffiche di mitra.
L’effetto fu l’opposto di quello sperato: i rapporti interni delle stesse autorità fasciste registrarono un ulteriore distacco della popolazione dal regime. Due formazioni partigiane pistoiesi presero i nomi di Calugi e Poli.
Quanto a Gelli, lo stesso rapporto di Questura del 18 novembre 1944 racconta quello che gli accadde a Pistoia liberata. Quel giorno, uscendo da un’abitazione in via Argonauti, fu aggredito da quattro o cinque giovani che lo schiaffeggiarono. L’intervento di due agenti di scorta e di un soldato americano mise in fuga gli aggressori. Ma poco dopo, in Piazza San Bartolomeo, una quarantina di persone lo trascinarono nel Vicolo Borgo Bambini prendendolo a pugni e calci. Fu medicato all’ospedale per una ferita lacero-contusa al naso, giudicata guaribile in dieci giorni, e scortato al Comando del C.I.C. Il Questore annota che Gelli era conosciuto in città “come pessimo elemento da non più permettergli di viaggiare le strade, anzi tutta la popolazione desidererebbe persino che costui scomparisse dalla società, cosa questa non improbabile se il Gelli perdura a dimorare in questa provincia“.
Che i metodi di Gelli fossero quelli documentati dalla segnalazione del Questore lo conferma un’altra fonte diretta. In una deposizione resa alla Questura il 25 gennaio 1945, Giuliano Bargiacchi, diciottenne di Tizzana, che ricostruisce un arresto subito nel maggio 1944. Gelli si era presentato a casa Bargiacchi con la rivoltella, quando in casa c’era solo la madre. Era entrato con il pretesto di una perquisizione poiché aveva saputo che il marito, Orazio Bargiacchi, era in contatto con i partigiani. Quando il ragazzo arrivò in bicicletta, Gelli, appreso che era il figlio del Bargiacchi, lo dichiarò in arresto, portandolo alla caserma dei Carabinieri di via Sant’Andrea. Fu tenuto due settimane in camera di sicurezza, poi fu trasferito al Carcere di Santa Caterina, dove fu sottoposto a interrogatori e picchiato “facendogli uscire sangue dalla bocca“. In tutto, trentotto giorni di detenzione. Gelli gli sequestrò anche la bicicletta, mai restituita.
Fu proprio questa denuncia a produrre l’unica condanna concreta di Gelli nel dopoguerra: la Procura del Re di Pistoia emise mandato di cattura per sequestro di persona, e Gelli fu condannato in contumacia a due anni e sei mesi. Pena poi azzerata dall’amnistia Togliatti. Il resto della sua vita, dalla Loggia P2 al Banco Ambrosiano, appartiene ad altri capitoli della storia italiana. Ma un’ombra di quella biografia è già qui: in una città ferita e in quattro ragazzi mandati a morire all’alba di una primavera appena iniziata.

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