Vi ricordate quando, agli inizi di questo millennio, la frontiera della modernità sostenibile ed ecocompatibile era salvare gli alberi, risparmiando la carta e dematerializzando la conoscenza? In fondo alle email c’era sempre la stessa raccomandazione: pensa all’ambiente prima di stampare. Negli uffici arrivarono gli scanner e cominciarono a sparire gli scaffali e gli armadi. Per vent’anni abbiamo digitalizzato sentenze, registri, annate di giornali, atti notarili, cartelle cliniche, fotografie di famiglia e libri. Dove era consentito, alla scansione seguiva la distruzione dell’originale. Le stanze si svuotavano e noi eravamo contenti perché recuperavamo spazi per nuove e più comode scrivanie dalle quali controllare tutto sullo schermo di un computer, senza la scocciatura di alzarci per andare a consultare i polverosi fascicoli in archivio. Così, una parte crescente della memoria della nostra civiltà è finita dentro i data center.
Ora Dario Amodei, alla guida di Anthropic, una delle aziende che sviluppano l’intelligenza artificiale, avverte che entro sei o dodici mesi sistemi sempre più autonomi potrebbero arrivare a prendere il controllo della rete. Un allarme al quale hanno dato sostegno anche Sam Altman ed Elon Musk. A lanciarlo sono gli stessi che questa tecnologia la costruiscono e la vendono.
Da qui in avanti proviamo a immaginare. Cosa succederebbe se quei sistemi assumessero il controllo degli archivi ai quali ci affidiamo, riuscendo ad alterare anche le copie e gli strumenti con cui dovremmo accorgerci delle modifiche? Quella enorme stanza dove abbiamo riversato la nostra conoscenza, l’assetto e l’organizzazione delle nostre comunità diventerebbe un luogo nel quale possiamo entrare, ma di cui non possediamo più le chiavi.
Per arrecare danni non servirebbe distruggere tutto. Basterebbe cambiare una data, un nome, una cifra nel punto giusto di un documento per rovinare la vita di una persona. Ma, attenzione, non immagino scene da film: città al buio, gente che corre per strada. Penso a un mondo in cui i monitor funzionano benissimo ma dicono ciò che vogliono. Di chi è quel terreno? In che anno è nato quell’uomo? Cosa dice davvero quell’articolo di legge? Con quali prove è stato condannato quel tale? Quanti soldi mi restano sul conto? Tutto leggibile, tutto verosimile, ma niente è più verificabile.
Un uomo va in un ufficio per dimostrare che la casa dov’è nato è sua. L’impiegato gira lo schermo verso di lui e gli fa vedere che c’è scritto un altro nome. Anche gli atti consultabili riportano quel nome. L’uomo ricorda quando suo padre comprò la casa, ma non trova più un documento con cui dimostrarlo.
E se volesse capire come è stato possibile, dove andrebbe a cercare? Nella stessa rete che gli ha appena detto che la casa non è sua. Troverebbe una spiegazione, magari anche una procedura per fare ricorso. Tutto dentro il sistema dal quale cerca di difendersi.
Ma in quella stanza abbiamo messo anche ciò che sappiamo fare. Come si costruisce un ponte, come si rende potabile l’acqua, come si riconosce una malattia. Ci sono voluti secoli per imparare queste cose. Qualcuno ha provato, ha sbagliato, ha corretto, poi ha scritto quello che aveva capito perché un altro potesse partire da lì.
Immaginiamo che anche quel sapere ci venga restituito con qualche piccola modifica. Una formula sbagliata, un passaggio saltato, un materiale sostituito con un altro. Chi ha esperienza potrebbe accorgersene, ricordare come si faceva, insegnare a qualcuno a evitare l’errore. Ma chi deve ancora imparare? E chi verrà dopo, quando quelli che sapevano saranno morti e per ogni domanda sarà rimasta una sola fonte da consultare?
Anche costruire un computer nuovo, da tenere fuori da quella rete, richiederebbe conoscenze che forse sapremmo trovare soltanto al suo interno. Per uscirne dovremmo chiedere istruzioni proprio a ciò da cui vogliamo liberarci, senza sapere se ci sta aiutando oppure ci sta facendo perdere tempo.
In un mondo del genere, un vecchio manuale di elettrotecnica potrebbe diventare un oggetto prezioso. Così un trattato di agronomia, un volume di chimica con gli appunti a matita di uno studente morto da cinquant’anni. Bisognerebbe distinguere ciò che è ancora valido da ciò che è stato superato, tornare a fare prove. Ma quelle pagine sarebbero rimaste come erano state stampate. Per cambiarle, qualcuno avrebbe dovuto trovarle, entrare nella stanza, metterci le mani.
Servirebbero anche i libri che raccontano come abbiamo vissuto, cosa abbiamo fatto agli altri, quali ragioni abbiamo trovato per giustificarci. Un romanzo, un libro di storia, una raccolta di lettere conserverebbero tracce con cui confrontare il passato mostrato sullo schermo. Anche una menzogna stampata avrebbe qualcosa da dirci: almeno sapremmo che esisteva già in un certo anno, che qualcuno l’aveva scritta e qualcun altro aveva potuto contestarla.
I libri di carta superstiti potrebbero allora essere le uniche armi rimaste per cominciare a riprenderci ciò che abbiamo consegnato. Ci vorrebbero persone capaci di leggerli, di mettere in pratica quello che contengono e di insegnarlo agli altri. Si tornerebbe a copiare una pagina, a custodire un manuale perché contiene qualcosa che altrove non si trova più.
E le biblioteche potrebbero diventare luoghi di resistenza, come le catacombe per i cristiani e i boschi in montagna per i partigiani. Posti dove incontrarsi, riconoscersi, prepararsi. Dove tornare a studiare come si costruiscono le cose dalle quali dipende la nostra vita, per poterle far funzionare senza chiedere ogni volta il permesso a uno schermo.
Forse non accadrà. Ma penso a tutti i libri che abbiamo buttato perché occupavano spazio e tanto, ormai, si trovava tutto in rete. In quel futuro ipotetico, qualcuno potrebbe entrare in una biblioteca con una domanda alla quale il suo computer ha già risposto. Prendere un volume, aprirlo e scoprire che la risposta è un’altra.
E per la prima volta avere qualcosa in mano con cui dimostrarlo.


