C’è un silenzio che è più assordante del fragore delle bombe. Non è il silenzio di chi non sa o non vede, ma quello deliberato dei fatti concreti, dell’azione mancata da parte di chi ha il potere e il dovere di intervenire. Mentre le piazze del mondo si riempiono, mentre la coscienza della società civile urla la propria indignazione, i palazzi del potere restano sordi e muti.
È questo il silenzio dei colpevoli: quello degli stati e dei politici che dovrebbero rappresentare il sentimento dei popoli e che invece lo tradiscono con un’inazione omertosa, trincerandosi dietro tiepide dichiarazioni di circostanza. Il loro silenzio non è assenza di parole, ma un vuoto assordante di decisioni.
La realtà sul campo non lascia spazio a dubbi o interpretazioni. L’esercito israeliano spara su tutto, senza più distinzioni di sorta. Le vittime non sono solo combattenti, ma sono soprattutto donne e bambini, medici e personale sanitario assassinati nelle corsie degli ospedali, giornalisti “scomodi” eliminati con le loro famiglie, operatori umanitari internazionali uccisi mentre cercano di portare un tozzo di pane a una popolazione affamata.
Ognuno di questi morti è un atto d’accusa contro chi, potendo, non ferma la mano dell’aggressore. Ogni ospedale bombardato, ogni ambulanza colpita, ogni convoglio umanitario bloccato avviene sotto gli occhi di una comunità politica internazionale paralizzata e, dunque, complice.
Alla violenza delle armi si aggiunge la crudeltà della fame, permessa non da una semplice negligenza, ma da una precisa mancanza di volontà politica. Le denunce delle agenzie ONU, gli allarmi sulla carestia imminente, le immagini di una popolazione ridotta allo stremo non si traducono in corridoi umanitari imposti con la forza della diplomazia, non portano a sanzioni, non fermano il flusso di armi.
Le dichiarazioni di “profonda preoccupazione” suonano come un insulto di fronte a un massacro che si sarebbe potuto e dovuto fermare. L’inazione non è un fallimento casuale, è una scelta strategica. È il silenzio dei fatti.
Nessuno nega il trauma del 7 ottobre o il diritto di Israele a difendersi. Ma nessuna difesa può giustificare crimini di guerra e una punizione collettiva di questa portata. La vera, imperdonabile colpa risiede nel divario abissale tra le parole della politica e la sua totale mancanza di azioni significative.
I governi che a parole condannano la violenza ma nei fatti continuano a sostenere politicamente o militarmente Israele, che si appellano a un diritto internazionale che loro stessi permettono venga calpestato, sono i veri responsabili di questa catastrofe. Tradiscono il mandato ricevuto dai loro cittadini, la cui voce di sdegno viene deliberatamente ignorata.
È tempo di chiamare le cose con il loro nome. Non siamo di fronte a una semplice crisi diplomatica, ma a una bancarotta morale della politica internazionale. Il silenzio dei colpevoli non è quello di chi tace, ma di chi parla a vuoto per non agire. E la storia non giudicherà le loro ipocrite dichiarazioni, ma il peso del sangue che le loro mancate decisioni hanno permesso di versare.


