Negli ultimi mesi, dopo gli eventi del 7 ottobre 2023, il termine “pogrom” è tornato a circolare con forza nel linguaggio pubblico. Giornalisti, storici e politici lo hanno usato per descrivere il massacro compiuto da Hamas contro civili israeliani. Ma non tutti sanno davvero cosa significhi questa parola, che per il popolo ebraico ha un peso storico e simbolico enorme.
La parola “pogrom” viene dal russo e significa devastazione. È un termine nato nell’Ottocento per indicare le violenze di massa contro le comunità ebraiche dell’Impero zarista, ma le sue radici affondano molto più indietro nella storia.
Già in epoca romana, nel 38 dopo Cristo, ad Alessandria d’Egitto, una folla inferocita assaltò il quartiere ebraico, incendiò le sinagoghe e uccise centinaia di persone, mentre il governatore lasciava fare. Era la stessa logica che si sarebbe ripetuta nei secoli: un pretesto, una voce, una minoranza da colpire. Nel Medioevo, la violenza contro gli ebrei divenne ciclica. Durante la Prima Crociata, nel 1096, migliaia di ebrei furono massacrati nelle città della Renania, a Magonza, Worms e Colonia. Nel 1190, in Inghilterra, a York, l’intera comunità si rifugiò nel castello per sfuggire alla folla e finì sterminata. Due secoli dopo, quando la peste nera devastò l’Europa, gli ebrei vennero accusati di aver avvelenato i pozzi: in centinaia di città furono bruciati vivi, cacciati, torturati. Nel 1391, nella Spagna cristiana, a Siviglia, Valencia, Barcellona e Toledo, un’ondata di pogrom portò alla distruzione di intere comunità e alle prime conversioni forzate, preludio dell’espulsione del 1492. Questi episodi avvenivano molto prima che la parola “pogrom” fosse inventata, ma ne avevano già tutte le caratteristiche: l’odio collettivo, la complicità del potere, l’annientamento di un gruppo per la sola colpa di esistere.
Nell’età moderna il termine assunse il significato che conosciamo oggi. Dopo l’assassinio dello zar Alessandro II, nel 1881, in Russia si scatenarono massacri contro gli ebrei a Odessa, Kiev, Chisinau e in decine di altre città. Le case furono saccheggiate, le sinagoghe distrutte, le donne violentate. Migliaia di persone morirono e molte altre fuggirono verso l’Europa occidentale o l’America. Tra il 1918 e il 1921, durante la guerra civile russa, in Ucraina si contarono più di mille pogrom, con oltre centomila morti. Nel 1903, quello di Kishinev fece il giro del mondo per la sua ferocia.
In Germania, nel novembre del 1938, il regime nazista organizzò la “Notte dei Cristalli”: sinagoghe in fiamme, negozi devastati, migliaia di ebrei deportati. Fu un pogrom di Stato, l’anticamera della Shoah. E dopo la guerra l’odio non si spense: a Kielce, in Polonia, nel 1946, una folla uccise quarantadue ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, accusandoli di un rapimento mai avvenuto. Nello stesso periodo, a Baghdad, il “Farhud” del 1941 segnò la fine della presenza ebraica millenaria in Iraq.
La storia dei pogrom è una lunga scia di sangue che attraversa i secoli e costruisce, nella memoria ebraica, la consapevolezza di una vulnerabilità permanente: l’idea che in qualsiasi momento, ovunque, l’odio possa tornare. Per questo, quando il 7 ottobre 2023 i miliziani di Hamas hanno fatto irruzione nei kibbutz e nei villaggi israeliani uccidendo civili, donne, bambini e anziani, molte comunità ebraiche nel mondo hanno percepito quell’evento come un pogrom. Non per retorica, ma perché in quella violenza hanno riconosciuto la stessa matrice: l’assalto improvviso, il massacro dei più indifesi, il sentirsi di nuovo soli davanti all’odio.
Per noi, che guardiamo da fuori, può sembrare un termine eccessivo o storico, ma per chi porta quella memoria è un riflesso istintivo, un modo di nominare la paura più antica. Dall’altra parte, ciò che accade a Gaza viene vissuto da molti palestinesi come il proseguimento di un’altra tragedia: la Nakba, l’esodo del 1948, la perdita della terra e delle case. Due memorie si guardano senza riuscire a riconoscersi: quella di un popolo che teme l’annientamento e quella di un popolo che si sente cancellato. Eppure, per capire davvero cosa accade, bisognerebbe ascoltare entrambe, senza negarle. Perché parole come pogrom, Nakba o Shoah non appartengono solo ai libri di storia, ma evocano ferite ancora aperte. Sono parole che non descrivono solo fatti: raccontano come un popolo percepisce il mondo. E solo provando a sentire con la loro memoria possiamo sperare di comprendere, almeno in parte, il peso che hanno e aiutarli a trovare soluzioni vere e definitive. Ma queste non accade, purtroppo. Perché le guerre alimentano gli affari, le divisioni facilitano il controllo. La pace non conviene, né economicamente né politicamente e quando viene evocata è solo una forma di travestimento, un’illusione costruita per i perdenti.


