Dopo aver visto la quinta stagione di Fauda, rivissuto gli orrori del 7 ottobre 2023 e aver parteggiato per la vendetta di Doron e dei suoi colleghi contro, badate bene, i terroristi di Hamas, vendetta che nella fiction non ha causato un solo morto civile, ieri sono andato a vedere Naza, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che raccoglie le testimonianze di soldati e funzionari dell’intelligence israeliana sulle operazioni militari a Gaza. Dai loro racconti, invece, emerge con chiarezza come, nella realtà, l’uccisione di decine di migliaia di civili rientri nella pianificazione di un attacco, è prevista, quantificata e autorizzata. Si tratta della logica del danno collaterale sostenibile. Secondo l’inchiesta, nelle prime settimane della guerra furono autorizzati attacchi contro presunti militanti di basso rango anche quando si prevedeva la morte di quindici o venti civili. Per alcuni comandanti, le soglie ammesse erano ancora superiori. L’esercito israeliano contesta questa ricostruzione e sostiene di rispettare il diritto internazionale. Lo fa proprio nei giorni in cui le immagini satellitari aggiornate da Google mostrano interi quartieri della Striscia di Gaza ridotti a distese di macerie. A questa distruzione si aggiunge il bilancio di oltre settantamila morti riportato dall’ONU sulla base dei dati del Ministero della Salute di Gaza, fra i quali migliaia di bambini. Così che, dopo aver ascoltato la versione israeliana, viene spontaneo porsi due domande banali: tutti quegli edifici sono venuti giù da soli? E tutti quei civili come sono morti ?
Checché ne dica il governo israeliano, è di tutta evidenza che il racconto del documentario, unito agli eventi che abbiamo visto accadere sotto i nostri occhi negli ultimi anni, è assolutamente credibile nella sua descrizione di un sistema che ha deciso di considerare le vittime civili una variabile della decisione militare.
Violando così il diritto internazionale che impone di distinguere i combattenti dai civili, di adottare tutte le precauzioni concretamente possibili e di rinunciare agli attacchi che prevedibilmente provocherebbero danni civili eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso.
Invece, nella logica del danno collaterale sostenibile, le persone estranee al combattimento diventano un costo da mettere in conto. La sostenibilità viene valutata da chi dispone delle armi. Chi subirà il bombardamento entra nel calcolo senza saperlo e senza avere alcun potere sulla decisione.
Questa logica richiama quella utilizzata per giustificare le stragi naziste contro le popolazioni accusate di sostenere i partigiani. Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, furono colpite nel quadro di una strategia che voleva stroncare la Resistenza anche attraverso il terrore esercitato sui civili. Il legame, reale o presunto, fra una comunità e i combattenti diventava una giustificazione per colpire la comunità intera.
Come oggi, ogni volta che la presenza di uomini di Hamas viene invocata per giustificare qualsiasi distruzione, la responsabilità dei combattenti viene trasferita alle persone che vivono accanto a loro.
Essere nello stesso palazzo, avere un legame familiare o abitare in un territorio governato da Hamas non equivale a partecipare alle ostilità. Il destino dei civili dovrebbe dipendere dalla loro condotta individuale, non da una presunzione di complicità estesa a un’intera comunità. Un bambino palestinese ha lo stesso diritto di vivere di un bambino di Sant’Anna di Stazzema. La causa contro cui si combatte non può rendere meno grave la sua uccisione.
Ma perché queste cose che accadono così lontane da noi dovrebbero interessarci? Perché dovremmo andare a vedere film come NAZA e non l’ultimo uscito della Marvel?
Perché ciò che accade a Gaza riguarda anche noi.
La giustificazione del sacrificio sistematico dei civili mina le basi della civiltà che abbiamo cercato di ricostruire dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e può essere esportata. Può essere ripresa in altri conflitti, contro altre popolazioni, ogni volta che un potere definisce una minaccia e considera accettabile qualunque costo umano necessario a eliminarla. Possono cambiare i luoghi e gli obiettivi. Ma il principio secondo cui la sicurezza di alcuni può essere perseguita rendendo sacrificabili le vite degli altri, rimane. Il pericolo è che Gaza normalizzi questo modo di esercitare la forza fino a renderlo tollerato in ragione delle alleanze e della potenza militare. La tutela dei diritti, quindi, diventa selettiva: chi dispone di protezioni sufficienti può sottrarsi ai limiti imposti agli altri. Si afferma così un principio elementare: posso farlo e lo faccio. La capacità di compiere un’azione finisce per diventare la sua giustificazione.
Gaza ci riguarda tutti perché il modo in cui reagiamo alla violenza esercitata sui palestinesi contribuisce a stabilire quali limiti riconosciamo al potere e quanto contino per noi i diritti umani e i valori universali dell’umanità.


