Riflessioni

Sbirro infame, eroe morto.

“C’è una contraddizione profonda, antica, che attraversa una certa area della cultura italiana, soprattutto di sinistra: quella di una retorica antimafia e antifascista che si alimenta di memoria civile con furore ideologico, si impossessa di simboli e anniversari trasformandoli in liturgie solenni, ma che fatica, quasi si rifiuta, di riconoscere la dignità dell’autorità dello Stato e di chi ne indossa l’uniforme. È una contraddizione che torna ogni volta che celebriamo i nostri morti, ogni volta che pronunciamo con commozione i nomi di Falcone, di Borsellino, di Boris Giuliano, di Ninni Cassarà, di Giuseppe Montana e di tanti altri. Da vivi furono guardati con sospetto, da morti diventano simboli, icone, altari laici sui quali deporre parole di legalità e fiori d’occasione. È come se il rispetto per la divisa fosse possibile solo quando la divisa non c’è più. Quando non c’è più la voce che può rispondere, chiarire, dissentire. Quando l’uomo, con le sue complessità, è diventato immagine. Sbirri infami da vivi, eroi da morti.
Il commissario Calabresi fu assassinato nel 1972, colpito alle spalle da chi riteneva di compiere un atto di giustizia rivoluzionaria. Per anni il suo nome fu sinonimo d’infamia, bersaglio d’odio, di slogan, di vignette, di processi popolari. “Calabresi assassino” si leggeva sui muri, “ucciso da ignoti” sulle carte. Solo molti anni dopo si è cominciato a restituire la verità del suo volto, la misura umana di un uomo dello Stato che aveva scelto di restare dalla parte della legge anche quando tutto lo spingeva altrove. Ma la memoria collettiva, si sa, è selettiva e ipocrita: Boris Giuliano, ucciso nel 1979, Cassarà e Montana nel 1985, hanno avuto da subito il privilegio dell’eroismo, perché la mafia è un nemico riconoscibile, non divide, non costringe a fare i conti con la propria ideologia. Calabresi invece fu ucciso in nome di un’idea politica, e chi l’aveva giustiziato apparteneva a quell’area che si autodefiniva progressista, la stessa che oggi applaude agli anniversari antimafia. Da vivi, gli uni e l’altro, furono ugualmente uomini dello Stato, servitori della legge, poliziotti. Eppure la loro sorte nella memoria collettiva è stata opposta: infame il primo, eroi gli altri. Rigorosamente da morti.
È il riflesso di un vizio culturale che in Italia non passa mai: lo Stato è sempre visto come altro da sé, come entità sospetta, da sfidare o da criticare, non come casa comune da difendere e migliorare. Così, anche chi si proclama paladino della legalità finisce per separare l’idea di giustizia da quella di autorità, come se la prima potesse esistere senza la seconda. Si difendono i valori dello Stato, ma si disprezza chi li rappresenta. Si celebra la lotta alla mafia, ma si tace sul coraggio di chi indossa ogni giorno una divisa, di chi entra in un covo, di chi firma un verbale, di chi rischia di non tornare a casa. È come se la Polizia, i Carabinieri, la Magistratura, dovessero essere sempre un passo indietro rispetto alla coscienza critica della società, buoni per i discorsi solo quando non sono più in grado di replicare.
Eppure, furono uomini come Giuliano, Cassarà, Montana, Falcone, Borsellino, a dimostrare che lo Stato può essere coraggio, intelligenza, dedizione. Non erano santi, non erano puri: erano persone con i loro limiti, ma scelsero di servire le istituzioni e non di servirsene. Lo fecero in silenzio, senza la retorica della legalità militante, senza microfoni, senza festival. Da vivi furono accusati di essere troppo vicini al potere, troppo istituzionali, troppo dentro al sistema per essere credibili. Quando Falcone accettò di collaborare con Martelli al ministero, qualcuno lo bollò come “traditore” della toga, “politicizzato”, “vanitoso”. Anche Borsellino, poco prima di morire, fu sospettato di simpatie di destra, come se il rispetto per lo Stato fosse automaticamente un sospetto di conservatorismo. Poi, dopo Capaci e via D’Amelio, tutto si ribaltò: improvvisamente furono eroi nazionali, martiri, santi laici. Ma la venerazione postuma non cancella l’ipocrisia del silenzio di prima.
Esiste in tutto questo un tratto di comodo moralismo, di pulizia selettiva della coscienza. Si può essere contro tutto e sentirsi comunque dalla parte giusta, basta trovare i simboli giusti da adottare dopo la morte. Così, in un Paese che ha perso il senso del limite e della misura, ricordare diventa un atto di autoassoluzione: si depongono corone, si organizzano dibattiti, si scrivono articoli indignati, ma si continua a guardare con diffidenza chi oggi fa lo stesso mestiere di Calabresi e Cassarà, chi ogni giorno entra in un Commissariato, chi ancora crede che la legge non sia un’opinione.
Non c’è memoria vera se non si accetta la continuità fra i vivi e i morti. Non si può onorare un poliziotto ucciso e insieme disprezzare i poliziotti vivi. Non si può invocare legalità e allo stesso tempo trattare lo Stato come un nemico. Il rispetto per chi indossa una divisa non è un atto di sottomissione, ma un riconoscimento di civiltà. E forse il giorno in cui riusciremo a guardare un commissario, un ispettore, un carabiniere, non come un simbolo ideologico ma come un cittadino che serve lo Stato con la propria vita, potremo finalmente dire che l’Italia ha imparato davvero cosa significa essere un Paese antimafia. Fino ad allora continueremo a dividere i nostri servitori pubblici in due categorie: infami da vivi, eroi da morti.

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